Nel corpo del testo: Valerio Magrelli tra poesia e prosa

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Continuiamo la pubblicazione con l’intervento di Andrea Cortellesa, “Nel corpo del testo: Valerio Magrelli tra poesia e prosa” del 27 marzo 2014.]

di Andrea Cortellessa

Ringrazio molto i giovani amici dell’Università di Padova che mi hanno invitato. Il titolo di questo ciclo è particolarmente adatto al tema che tratteremo: Ricomporre l’infranto è un titolo gnostico. S’intitolava così un saggio molto bello e molto denso di Harold Bloom dei primi anni Ottanta, in cui l’arte in generale, e la letteratura in particolare, avevano il compito di restaurare un’identità occidentale messa in crisi dal multiculturalismo, dalle correnti di pensiero alternative e minoritarie che Bloom per tutta la vita ha combattuto dalla sua trincea dell’Università di Yale. Ma al di là di questa valenza ideologica, che ci può lasciare francamente perplessi, l’immagine del Ricomporre l’infranto ha in Bloom un valore metastorico, appunto nel suo riferimento alla mitologia gnostica. Ha cioè a che fare, in generale, con un’unità interrotta, un corpo che si è frazionato.
Ora, il presupposto che immagino vi abbia guidato nello scegliere questo titolo è che questo corpo a pezzi sia quello della nostra letteratura più recente; un corpo che resta tuttora infranto, in effetti, malgrado gli sforzi di una serie di più o meno giovani critici e storici della letteratura che nell’ultimo decennio hanno tentato di mappare – come appunto si dice nel sottotitolo di questo ciclo – la letteratura contemporanea. Per definizione, però, storicizzare il contemporaneo equivale al paradosso di Zenone: per fortuna nuovi scrittori, come quello di cui parleremo oggi, continuano ad apparire; e nuove opere continuano a venire scritte, pubblicate e lette. Ogni nuova opera che fa la sua comparsa sulla scena, in effetti, contribuisce a infrangere questo insieme e, allo stesso tempo, a ricomporlo. Per riprendere i temi di Bloom, il Canone non è un’entità data una volta per tutte; è, al contrario, frutto di una continua ridefinizione, di un’interminabile rinegoziazione fra soggettività diverse, fra le generazioni che si susseguono, fra le tante identità con le quali conviviamo, e delle quali ci componiamo. Infrazione e ricomposizione sono due moti simmetrici, dialettici. In fondo tutta la modernità, dal romanticismo in poi, si può intendere come un continuo, periodico moto pendolare tra scomposizione e ricomposizione dei frammenti dell’insieme; fra i poli che Apollinaire definiva dell’ordine e dell’avventura.
Il titolo del mio intervento di oggi, Nel corpo del testo, fa riferimento al tema – se di tema, poi, si può propriamente parlare – del corpo nella letteratura italiana contemporanea. Mi è parso che l’autore che meglio poteva incarnare i paradossi di questa presenza del corpo fosse Valerio Magrelli, e cercheremo di vedere perché.
Punto di partenza di questo percorso è la frase di un filosofo (di filosofia, per quanto sia un dilettante della materia, oggi un po’ dovrò parlare). Si trova in un gran libro degli anni Ottanta, in apparenza distante dal nostro tema in quanto nominalmente dedicato al cinema: L’immagine-tempo di Gilles Deleuze. Il quale, a mio modo di vedere, è il più grande pensatore materialista del XX secolo. Nell’Immagine-tempo a un certo punto il filosofo proclama, o forse invoca: «Datemi dunque un corpo». Non più il cogito di cartesiana memoria, insomma, attesta l’esistenza del soggetto, bensì l’insieme delle relazioni che quella mens intrattiene con la realtà materiale, gli oggetti che la coscienza percepisce. Questo di Deleuze lo possiamo insomma considerare l’anti-cogito di un anti-Cartesio. Cito ancora da L’immagine-tempo: «Il corpo non è più l’ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare; al contrario è ciò in cui affonda o deve affondare per raggiungere l’impensato, cioè la vita». Nella generazione di Deleuze, quella dei nati tra gli anni Venti e gli anni Trenta, la contestazione del paradigma dualistico cartesiano – il dualismo, cioè, tra una res extensa corporea sorda e opaca e una res cogitans invece in grado di contemplare e organizzare il mondo – porta all’ipotesi (e in molti casi, come appunto nella scrittura filosofica di Deleuze, alla performance) di un pensiero-corpo: un pensiero fatto di corporeità e, dunque, una lingua-corpo. A questo punto il corpo non può più essere, per noi, semplicemente uno strumento, che impugniamo in maniera più o meno abile; non è qualcosa che si ha ma qualcosa che si è. Non “possediamo” un corpo, “siamo” quel corpo: con tutte le ambivalente conseguenze positive del caso, in termini metafisici. Vivere in una condizione meramente materialistica presuppone che una continuità, dopo la nostra morte, debba essere affidata non tanto al nostro patrimonio genetico, quanto a qualcosa che viene trasmesso materializzandosi nelle nostre opere: per esempio, appunto, in ciò che scriviamo.
Negli anni Sessanta – il decennio in cui Deleuze scrive i suoi primi capolavori, come ad esempio Proust e i segni, che è già un manifesto di questo pensiero del corpo – la letteratura italiana è percorsa in profondità da questa centralità del corpo. Fausto Curi, un critico che è stato molto legato al movimento della Neoavanguardia, ha parlato di una «funzione-Sade» – a proposito in particolare di Edoardo Sanguineti – in un libro che si chiama Struttura del risveglio (recentemente ripubblicato da Mimesis). Quel Sade che (in realtà più negli anni Settanta che negli anni Sessanta) è stato spesso invocato dai filosofi – penso a Barthes, ma anche a Foucault e altri – come l’iniziatore, nel Settecento, appunto di un materialismo assoluto, dell’assoluta corporalità del pensiero: ancora una volta con tutte le conseguenze ambivalenti che, parlando in particolare di un tipo come Sade, da ciò derivano. Forse sarebbe meglio parlare allora, piuttosto che di una «funzione-Sade» di un “modello Artaud”. Artaud: il grande eretico del surrealismo che nella sua esistenza spericolata sperimenta un po’ tutto, anche troppo, e finisce recluso in un ospedale psichiatrico vittima dell’elettrochoc, «suicidato della società», come lui stesso diceva di Van Gogh in un suo celebre saggio. Artaud – peraltro a sua volta cultore di Sade – predicava qualcosa di simile a quello che Curi intendeva con la sua «funzione-Sade». Nel suo celebre saggio-manifesto degli anni Trenta, Il teatro e il suo doppio, commentato da Derrida e altri filosofi dopo di lui, troviamo il seguente proclama (in cui basterà, per il nostro discorso, sostituire alla parola «teatro» quella «poesia» o «letteratura»):
Non ci pare che la vita, quale è e quale ci è stata preparata, offra molti motivi di esaltazione. Si direbbe che attraverso la peste scoppi un gigantesco ascesso collettivo, morale quanto sociale. Non diversamente dalla peste il teatro esiste per far scoppiare gli ascessi collettivi. Può darsi che il veleno del teatro iniettato nel corpo sociale lo disintegri, come dice Sant’Agostino, ma lo fa come una peste, come un flagello vendicatore, come un’epidemia salvatrice. Il teatro, come la peste, è una crisi che si risolve con la morte o con la guarigione. Dal punto di vista umano l’azione del teatro come quella della peste è benefica, perché spingendo gli uomini a vedersi quali sono fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia. Scuote l’asfissiante inerzia della materia, che deforma persino i dati più chiari dei sensi, e rivelando alle collettività la loro oscura potenza, la loro forza nascosta, le invita ad assumere di fronte al destino un atteggiamento eroico e superiore che altrimenti non avrebbero mai assunto.
Qui risuona – oltre alla polemica di Artaud nei confronti dei surrealisti e del loro spigoloso pontefice Breton – la quintessenza dello spirito avanguardista della prima metà del Novecento. Soprattutto in quelle ultime parole, l’atteggiamento eroico e superiore che l’umanità, felicemente contagiata dalla peste del teatro, può, o forse deve, assumere. Nel pensiero del secondo Novecento, e nella poesia dello stesso periodo, questo paradigma della «peste» tuttavia non può più avere i caratteri eroici e superomistici che troviamo in Artaud e che sono un tipico portato delle avanguardie storiche. Anche la Neoavanguardia anni Sessanta legge questi testi – ad Artaud è dedicato nel ’64 un numero della rivista il verri, allora organo militante del movimento – e li riattualizza nella propria riflessione. Ma, appunto, senza più ombra di superomismo: quando Sanguineti per esempio parla di Antonio Porta, utilizzando appunto le categorie sadiane, ne parla nei termini tragici di una estrema derelizione del corpo. Un corpo che resta comunque, ancora, al centro del sistema. Continue reading

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Notizie dalla poesia contemporanea

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Si inizia con l’intervento di Andrea Afribo, “Notizie dalla poesia contemporanea” del 5 marzo 2014.]

Andrea Afribo 

L’argomento poesia contemporanea è molto ampio: il suo termine post è più o meno il Sessantotto, ovvero almeno quattro decenni di poesia, ovvero tutto ciò che resta fuori dal perimetro ormai stabilizzato da antologie classiche, tipo quella ristampatissima da Mondadori di Pier Vincenzo Mengaldo 1978, i cui estremi sono Raboni o Sanguineti ad esempio o Franco Loi, cioè poeti nati negli anni Trenta del Novecento, la cosiddetta quarta generazione.
Una sintesi è tanto più difficile quanto più questo periodo è dotato delle seguenti invarianti o quasi-invarianti storico-critiche tra loro correlate:
1) quella di essere l’inizio di una brutta storia non meritevole di essere studiata da chi ha studiato Montale e autori simili;
2) quella di essere l’inizio di una storia da più parti definita come epoca del gremito (tanti, troppi poeti; tante troppe case editrici);
3 – la peggio di tutte) quella di essere l’epoca del tutto e il contrario di tutto e così via. Io, facendo anni fa una piccola antologia, ho voluto reagire a questa empasse critica e un po’ ideologica, cercando di delineare una sorta di albero genealogico. Ma devo dire che comunque è un casino. Rimane un’epoca di coesistenza degli stili e di non-esistenza di uno o più stili così forti ed esclusivi da – uso belle parole di Hegel – da scaraventare al di fuori della cinta della storia gli altri stili.
La dico con altre parole: se è bastata – che so – una ventina d’anni per dire che il Novecento prima della Prima Guerra mondiale è l’epoca dei crepuscolari e dei vociani; direi che dopo più di vent’anni noi non possiamo dire con altrettanta sicurezza cosa sono stati in poesia gli anni Settanta o Ottanta. Possiamo senz’altro dire qualcosa ma non in modo così netto e preciso. Continue reading

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