Forme del soggetto nella poesia contemporanea

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Continuiamo la pubblicazione con l’intervento di Paolo Zublena, “Forme del soggetto nella poesia contemporanea” del 13 marzo 2014.]

di Paolo Zublena

Avevo proposto come titolo, in realtà abbastanza generico, Forme del soggetto nella poesia contemporanea. Un titolo che può voler dire tante cose: pertanto sarà necessario precisare. Innanzitutto devo per forza dire qualcosa sul significato della parola soggetto e sulla storia del termine, inteso soprattutto nella sua accezione1 filosofica. Si tratta, infatti, di una parola che ha subito un cambiamento semantico notevole nell’ambito della storia dei concetti filosofici. Il suo significato antico deriva dal termine greco upokeimenon (letteralmente: “ciò che sta sotto”), da cui proviene a sua volta il termine latino subiectum; vuol dire sostanzialmente “sostrato”, ossia la sostanza, in contrapposizione con gli accidenti, che a volte corrisponde a “ipostasi” (l’idea di sostrato, di qualcosa che sta sotto). Nella filosofia moderna, e particolarmente da Cartesio in poi, la parola soggetto assume un significato che potremmo quasi dire opposto rispetto a quello che aveva nell’antichità. A partire ovviamente dal «cogito ergo sum» cartesiano, il soggetto diventa sostanzialmente un soggetto individuale, res cogitans opposta alla res extensa. René Descartes è il punto decisivo di questa svolta del soggetto inteso come autocoscienza, come io, come soggetto individuale. In realtà Cartesio non usa ancora il termine soggetto in questa accezione , ma di lì a poco saranno Hobbes e Leibniz che inizieranno a usare la parola soggetto nel significato cartesiano di ‘soggetto individuale’ (in particolare nell’accezione di soggetto della conoscenza). Questo significato si afferma in maniera definitiva con Kant, con «l’io penso» kantiano, in particolare nell’accezione del soggetto come autocoscienza che troviamo nella Critica della ragion pura. Di qui passa all’idealismo dove si distingue tra soggetto trascendentale e soggetto empirico, a seconda del fatto che il soggetto venga concepito – oltre che come individuale – anche come forma universale e assoluta, oppure come una realizzazione individuale e relativa (sempre per quanto riguarda l’aspetto gnoseologico, la sostanza pensante). Attraverso Fichte e Schelling, si arriva fino alla formulazione celebre della Fenomenologia dello spirito di Hegel del soggetto come autocoscienza. Non è per niente facile poi percorrere la storia del soggetto da qui fino a tutto il percorso novecentesco di questo concetto. Già Nietzsche, in particolare nella Genealogia della morale, porta a un’innovazione che però probabilmente non è davvero sostanziale. L’innovazione di Nietzsche consiste nel definire il soggetto come volontà di potenza (dico questo per semplificare al massimo) e, secondo l’interpretazione che Heidegger darà di Nietzsche, questa definizione del soggetto come forma di dominio era in realtà insita nelle origini cartesiane. Ovviamente non tutte le interpretazioni di Nietzsche vanno in questa direzione: tuttavia l’interpretazione di Heidegger è abbastanza plausibile. Nell’ambito della filosofia ottocentesca già Marx rovescia la definizione idealistica del soggetto, in quanto lo definisce come pratica: il soggetto non è qualcosa che produce la conoscenza, ma è prodotto di qualcosa (in particolare delle condizioni esterne, delle condizioni socio-economiche che lo definiscono in quanto tale). Da questo momento in poi ci saranno, incrociandosi soprattutto con il pensiero di Freud, una serie di interpretazioni del soggetto come costruzione nella filosofia novecentesca. Continue reading

  1. Descartes usa subiectum ancora nel senso antico. In parole povere: costruisce il concetto, ma non usa quella precisa parola.
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