Il vero e il reale. Testimonianza e documento nella narrativa italiana di oggi

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Proseguiamo con l’intervento di Raffaele Donnarumma, del 17 aprile 2014.]

di Raffaele Donnarumma

L’analisi che segue è un tentativo di storicizzare ciò che sta accadendo nella narrativa contemporanea a partire dalla metà degli anni Novanta, attraverso due testi rappresentativi di un nuovo corso della prosa narrativa: Esecuzione a distanza 1Gomorra 2.
La peculiarità dei brani scelti è innanzitutto l’essere difficilmente ascrivibili al genere del romanzo3, e la possibilità, per tutti e due i casi, di poter ricorrere alla definizione di testi di non-fiction, poiché trattano entrambi, seppur in modi diversi, di cose realmente accadute. In effetti, questo potrebbe essere sufficiente a collocarli fuori dall’ombra del romanzo propriamente inteso, poiché anche ammesso che quest’ultimo sia senza dubbio uno dei generi più poliedrici e più inafferrabili, esiste almeno un elemento che concorre ad identificarlo sempre e comunque come genere: l’elemento della fictio è direttamente proporzionale alla volontà di credibilità e di verosimiglianza che il testo vuole suscitare. Vi è però un’eccezione nel non-fiction novel, un genere che nasce negli anni Sessanta4.
Il testo di Langewiesche è, da un certo punto di vista, un reportage classicamente inteso, poiché l’autore non è solo un giornalista, ma ha anche partecipato in prima persona all’esercitazione militare per la guerra di cui narra, e dunque non vi è nulla di inventato nelle sue parole5.
Questo dettaglio, a ben vedere, mette in luce un’interessante anche se non inusuale intersezione fra la scrittura giornalistica e quella letteraria. È facile trovare numerosi altri esempi analoghi (si tratta, a ben vedere, di un elemento spesso statuario della storia del romanzo, e basterà pensare, fra tutti, al caso di Defoe, il quale era notoriamente un gazzettiere). L’elemento di novità in questo recente tipo di scrittura è piuttosto l’essere immediatamente giornalistica: questo significa che non si tratta del tradizionale caso in cui la scrittura letteraria si alimenta di uno o più casi di cronaca, travestendoli6.
Nei due libri in questione, infatti, è determinante ricordare che le cose di cui si parla sono vere e che, ad esempio, anche i nomi dei personaggi appartengono a persone realmente esistite. Viceversa, per uno scrittore dell’Ottocento (per quanto potesse saccheggiare i giornali del suo tempo), questo riferimento veniva occultato: non è pertinente alla lettura di Delitto e castigo o di Madame Bovary, ricordarsi che la trama è plasmata su casi di cronaca reale, perché per uno scrittore dell’Ottocento la cronaca giornalistica rimaneva “nascosta”.
Un ulteriore elemento da tenere presente è poi l’enorme spazio che le scritture di non-fiction hanno acquisito nella letteratura contemporanea rispetto ai decenni precedenti (i cosiddetti postmoderni). Non si tratta neanche del caso dello scrittore che ogni tanto, con la mano sinistra, pratica la scrittura giornalistica. Pasolini o Moravia hanno infatti scritto dei reportage giornalistici tradizionalmente intesi. Viceversa, con questi testi si fa invece riferimento a scrittori che nascono come giornalisti e arrivano successivamente alla letteratura, senza rinnegare il loro apprendistato, promuovendosi a scrittori a tutti gli effetti. A questo proposito è particolarmente emblematico il caso di Saviano poiché egli, rivendicando fermamente il suo statuto di scrittore su quello di giornalista, mette in luce il mutamento attuatosi nello spazio che le scritture di non-fiction hanno acquisito nella letteratura contemporanea, a ben vedere molto più vasto di quanto non fosse in passato.
Un’ultima osservazione riguarda infine la capacità attrattiva e l’influsso che le scritture di realtà hanno esercitato nella narrativa contemporanea, poiché è innegabile che all’interno di quest’ultima l’esibizione della realtà e della storia vera rivestano uno spazio significativamente maggiore rispetto al passato (in particolare rispetto alla letteratura postmoderna). Basterà pensare a Libra7 di Don Delillo, nel quale si racconta il modo in cui uno storico – un sottotenente ingaggiato dalla CIA–, deve raccogliere i materiali sull’omicidio di Kennedy. Si potrebbe pensare di essere al cospetto di una scrittura che ha a che fare con la realtà, perché niente è più reale di un tale fatto di cronaca. Al contrario, leggendo il romanzo, appare evidente come la realtà venga fortemente derealizzata, tanto che alla fine il protagonista stesso smarrisce il senso delle cose accadute, perdendosi nella congerie di discorsi, di immagini, di rappresentazioni che sono nate attorno caso Kennedy. Ciò che il romanzo di De Lillo racconta, è dunque, in definitiva, l’irraggiungibilità della realtà: non si fa infatti riferimento ad elementi precisi, ma ad una pluralità di discorsi che cancellano, frastornano e allontanano l’impressione che le cose siano realmente accadute.
Nei brani in analisi vi è invece l’effetto opposto, poiché emerge con particolare evidenza l’angoscia che qualunque forma di comunicazione pubblica rischi di essere percepita come falsa, come conseguenza del dominio di una comunicazione mediatica, sempre sospetta di falsificare le notizie. Tuttavia, di fronte a tale vertigine di spossessamento e al sospetto che tutti i discorsi prodotti possano essere recepiti come una menzogna, come una falsità, o come un’invenzione, in Saviano e Langhewiesche vi è una misura di reazione, poiché entrambi cercano di strappare la credibilità, opponendosi all’impressione dello spossessamento. In maniera più epigrammatica, dunque, la letteratura postmoderna produce derealizzazione, ci gioca esplicitamente, abbattendo l’idolo della verità e della realtà e mettendo in scena il gioco dei linguaggi e dei discorsi che, però, si emancipano da un piano di verifica con le cose realmente accadute; viceversa questo tipo di letteratura, definibile ipermoderna, cerca di strappare all’angoscia di derealizzazione le cose di cui parla e di additare le cose che esistono indipendentemente dal linguaggio utilizzato e dalle notizie stesse, costituendosi in una radicale inversione di paradigma. Continue reading

  1. Esecuzione a distanza, William Langewiesche, Milano, Adelphi, 2011.
  2. Gomorra, Roberto Saviano, Milano, Mondadori, 2006.
  3. Contrariamente alle attuali classificazioni, non è propriamente un romanzo neppure Gomorra di Saviano, ma su questo problema si tornerà in seguito, poiché l’ascrizione di Gomorra a un genere letterario è un’operazione che va dimostrata e spiegata.
  4. È possibile trovarne un facile esempio in A sangue freddo di Truman Capote, ma si tratta appunto di un’eccezione che, come si vedrà, non ha a che fare con i testi in analisi.
  5. Cosa interessante è che questo libro, in Italia, è pubblicato da Adelphi, una casa editrice che ha la fama di essere piuttosto snob. È l’editore che negli anni Ottanta e Novanta si segnalava perché pubblicava Nietzsche, Heidegger, e che è diventato poi l’editore di Manganelli e ha acquisito poi i diritti di Gadda. È quindi significativo che un editore così chic decida di pubblicare i libri di un giornalista.
  6. Molti dei romanzi di Balzac, di Stendhal, di Flaubert e di Dostoevskij si alimentano infatti di cronaca giornalistica, ma allo stesso tempo la nascondono. Nel momento in cui si legge dei casi di Raskol’nikov o di Emma Bovary non è pertinente che vengano confrontati con i casi di cronaca reale a cui sono ispirati.
  7. Libra, Don Delillo, Torino, Einaudi, 2002.
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Nel corpo del testo: Valerio Magrelli tra poesia e prosa

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Continuiamo la pubblicazione con l’intervento di Andrea Cortellesa, “Nel corpo del testo: Valerio Magrelli tra poesia e prosa” del 27 marzo 2014.]

di Andrea Cortellessa

Ringrazio molto i giovani amici dell’Università di Padova che mi hanno invitato. Il titolo di questo ciclo è particolarmente adatto al tema che tratteremo: Ricomporre l’infranto è un titolo gnostico. S’intitolava così un saggio molto bello e molto denso di Harold Bloom dei primi anni Ottanta, in cui l’arte in generale, e la letteratura in particolare, avevano il compito di restaurare un’identità occidentale messa in crisi dal multiculturalismo, dalle correnti di pensiero alternative e minoritarie che Bloom per tutta la vita ha combattuto dalla sua trincea dell’Università di Yale. Ma al di là di questa valenza ideologica, che ci può lasciare francamente perplessi, l’immagine del Ricomporre l’infranto ha in Bloom un valore metastorico, appunto nel suo riferimento alla mitologia gnostica. Ha cioè a che fare, in generale, con un’unità interrotta, un corpo che si è frazionato.
Ora, il presupposto che immagino vi abbia guidato nello scegliere questo titolo è che questo corpo a pezzi sia quello della nostra letteratura più recente; un corpo che resta tuttora infranto, in effetti, malgrado gli sforzi di una serie di più o meno giovani critici e storici della letteratura che nell’ultimo decennio hanno tentato di mappare – come appunto si dice nel sottotitolo di questo ciclo – la letteratura contemporanea. Per definizione, però, storicizzare il contemporaneo equivale al paradosso di Zenone: per fortuna nuovi scrittori, come quello di cui parleremo oggi, continuano ad apparire; e nuove opere continuano a venire scritte, pubblicate e lette. Ogni nuova opera che fa la sua comparsa sulla scena, in effetti, contribuisce a infrangere questo insieme e, allo stesso tempo, a ricomporlo. Per riprendere i temi di Bloom, il Canone non è un’entità data una volta per tutte; è, al contrario, frutto di una continua ridefinizione, di un’interminabile rinegoziazione fra soggettività diverse, fra le generazioni che si susseguono, fra le tante identità con le quali conviviamo, e delle quali ci componiamo. Infrazione e ricomposizione sono due moti simmetrici, dialettici. In fondo tutta la modernità, dal romanticismo in poi, si può intendere come un continuo, periodico moto pendolare tra scomposizione e ricomposizione dei frammenti dell’insieme; fra i poli che Apollinaire definiva dell’ordine e dell’avventura.
Il titolo del mio intervento di oggi, Nel corpo del testo, fa riferimento al tema – se di tema, poi, si può propriamente parlare – del corpo nella letteratura italiana contemporanea. Mi è parso che l’autore che meglio poteva incarnare i paradossi di questa presenza del corpo fosse Valerio Magrelli, e cercheremo di vedere perché.
Punto di partenza di questo percorso è la frase di un filosofo (di filosofia, per quanto sia un dilettante della materia, oggi un po’ dovrò parlare). Si trova in un gran libro degli anni Ottanta, in apparenza distante dal nostro tema in quanto nominalmente dedicato al cinema: L’immagine-tempo di Gilles Deleuze. Il quale, a mio modo di vedere, è il più grande pensatore materialista del XX secolo. Nell’Immagine-tempo a un certo punto il filosofo proclama, o forse invoca: «Datemi dunque un corpo». Non più il cogito di cartesiana memoria, insomma, attesta l’esistenza del soggetto, bensì l’insieme delle relazioni che quella mens intrattiene con la realtà materiale, gli oggetti che la coscienza percepisce. Questo di Deleuze lo possiamo insomma considerare l’anti-cogito di un anti-Cartesio. Cito ancora da L’immagine-tempo: «Il corpo non è più l’ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare; al contrario è ciò in cui affonda o deve affondare per raggiungere l’impensato, cioè la vita». Nella generazione di Deleuze, quella dei nati tra gli anni Venti e gli anni Trenta, la contestazione del paradigma dualistico cartesiano – il dualismo, cioè, tra una res extensa corporea sorda e opaca e una res cogitans invece in grado di contemplare e organizzare il mondo – porta all’ipotesi (e in molti casi, come appunto nella scrittura filosofica di Deleuze, alla performance) di un pensiero-corpo: un pensiero fatto di corporeità e, dunque, una lingua-corpo. A questo punto il corpo non può più essere, per noi, semplicemente uno strumento, che impugniamo in maniera più o meno abile; non è qualcosa che si ha ma qualcosa che si è. Non “possediamo” un corpo, “siamo” quel corpo: con tutte le ambivalente conseguenze positive del caso, in termini metafisici. Vivere in una condizione meramente materialistica presuppone che una continuità, dopo la nostra morte, debba essere affidata non tanto al nostro patrimonio genetico, quanto a qualcosa che viene trasmesso materializzandosi nelle nostre opere: per esempio, appunto, in ciò che scriviamo.
Negli anni Sessanta – il decennio in cui Deleuze scrive i suoi primi capolavori, come ad esempio Proust e i segni, che è già un manifesto di questo pensiero del corpo – la letteratura italiana è percorsa in profondità da questa centralità del corpo. Fausto Curi, un critico che è stato molto legato al movimento della Neoavanguardia, ha parlato di una «funzione-Sade» – a proposito in particolare di Edoardo Sanguineti – in un libro che si chiama Struttura del risveglio (recentemente ripubblicato da Mimesis). Quel Sade che (in realtà più negli anni Settanta che negli anni Sessanta) è stato spesso invocato dai filosofi – penso a Barthes, ma anche a Foucault e altri – come l’iniziatore, nel Settecento, appunto di un materialismo assoluto, dell’assoluta corporalità del pensiero: ancora una volta con tutte le conseguenze ambivalenti che, parlando in particolare di un tipo come Sade, da ciò derivano. Forse sarebbe meglio parlare allora, piuttosto che di una «funzione-Sade» di un “modello Artaud”. Artaud: il grande eretico del surrealismo che nella sua esistenza spericolata sperimenta un po’ tutto, anche troppo, e finisce recluso in un ospedale psichiatrico vittima dell’elettrochoc, «suicidato della società», come lui stesso diceva di Van Gogh in un suo celebre saggio. Artaud – peraltro a sua volta cultore di Sade – predicava qualcosa di simile a quello che Curi intendeva con la sua «funzione-Sade». Nel suo celebre saggio-manifesto degli anni Trenta, Il teatro e il suo doppio, commentato da Derrida e altri filosofi dopo di lui, troviamo il seguente proclama (in cui basterà, per il nostro discorso, sostituire alla parola «teatro» quella «poesia» o «letteratura»):
Non ci pare che la vita, quale è e quale ci è stata preparata, offra molti motivi di esaltazione. Si direbbe che attraverso la peste scoppi un gigantesco ascesso collettivo, morale quanto sociale. Non diversamente dalla peste il teatro esiste per far scoppiare gli ascessi collettivi. Può darsi che il veleno del teatro iniettato nel corpo sociale lo disintegri, come dice Sant’Agostino, ma lo fa come una peste, come un flagello vendicatore, come un’epidemia salvatrice. Il teatro, come la peste, è una crisi che si risolve con la morte o con la guarigione. Dal punto di vista umano l’azione del teatro come quella della peste è benefica, perché spingendo gli uomini a vedersi quali sono fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia. Scuote l’asfissiante inerzia della materia, che deforma persino i dati più chiari dei sensi, e rivelando alle collettività la loro oscura potenza, la loro forza nascosta, le invita ad assumere di fronte al destino un atteggiamento eroico e superiore che altrimenti non avrebbero mai assunto.
Qui risuona – oltre alla polemica di Artaud nei confronti dei surrealisti e del loro spigoloso pontefice Breton – la quintessenza dello spirito avanguardista della prima metà del Novecento. Soprattutto in quelle ultime parole, l’atteggiamento eroico e superiore che l’umanità, felicemente contagiata dalla peste del teatro, può, o forse deve, assumere. Nel pensiero del secondo Novecento, e nella poesia dello stesso periodo, questo paradigma della «peste» tuttavia non può più avere i caratteri eroici e superomistici che troviamo in Artaud e che sono un tipico portato delle avanguardie storiche. Anche la Neoavanguardia anni Sessanta legge questi testi – ad Artaud è dedicato nel ’64 un numero della rivista il verri, allora organo militante del movimento – e li riattualizza nella propria riflessione. Ma, appunto, senza più ombra di superomismo: quando Sanguineti per esempio parla di Antonio Porta, utilizzando appunto le categorie sadiane, ne parla nei termini tragici di una estrema derelizione del corpo. Un corpo che resta comunque, ancora, al centro del sistema. Continue reading

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