Declino e fine della letteratura “di una volta”. Alcune tendenze del romanzo italiano contemporaneo

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascirzioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Pubblichiamo oggi il quarto intervento, di Gianluigi Simonetti, tenutosi a Padova il 9 aprile di quest’anno 2014]

di Gianluigi Simonetti

1. Innanzitutto due parole sul titolo scelto per questo incontro, cioè Declino e fine della letteratura “di una volta”. Vorrei chiarire che cosa intendo per letteratura “di una volta”, dato che pensavo di incentrare il mio discorso sulla narrativa – come mi era stato chiesto –, però magari provando anche qualche sortita sulla poesia. Questo perché, in effetti, la situazione è simile, o meglio: nelle differenze ci sono anche delle analogie. Quindi alcuni dei fenomeni della narrativa di cui vi voglio parlare hanno un corrispettivo anche in poesia, perché in realtà riguardano più in generale il campo letterario italiano degli ultimi decenni e, più da vicino, quello degli ultimi quindici o vent’anni.
La definizione «letteratura “di una volta”» è anche un po’ ironica, perché allude a un rimpianto molto diffuso, soprattutto nelle università o nei licei, per quella società letteraria all’ingrosso moderna e in particolare post romantica e otto-novecentesca che conferisce all’arte un ruolo di rilievo assoluto nell’educazione sentimentale dei cittadini, alla letteratura un posto chiave all’interno del sistema delle arti, e che quindi promuove e si basa su un’idea forte e nobile della letteratura: un’idea di origine rinascimentale e poi soprattutto hegeliana e schilleriana, per cui la letteratura è il linguaggio artistico per eccellenza e nel linguaggio letterario si sedimentano i valori per vivere bene in società.
Accanto a questa idea nobile e forte di letteratura, naturalmente c’è sempre stato uno spazio grande per la letteratura di consumo. Ma in realtà le due cose non si contraddicevano, e anzi si legittimavano a vicenda poiché i due campi erano separati e si riferivano a due tipi di lettore molto diverso:

  1. la grande letteratura forma le coscienze, interpreta il mondo e insegna a vivere e attraverso una forma, uno stile e una determinata lingua, e nondimeno attraverso la dialettica di tradizione e avanguardie ;
  2. la letteratura di consumo è intrattenimento.

La prima distinzione ad essere venuta meno negli ultimi decenni è proprio questa rigida ripartizione e naturalmente le conseguenze sono state molto importanti, soprattutto perché è la cultura umanistica a uscirne contaminata. L’impatto più forte è stato quello con la comunicazione di massa, soprattutto perché dagli anni Cinquanta e Sessanta quest’idea forte e nobile della letteratura si è dovuta confrontare con i linguaggi della comunicazione di massa e con le conseguenze artistiche di questa novità culturale. In particolare la letteratura ha dovuto fare i conti con il cinema prima, con la televisione poi, con linguaggi estetici, a volte artistici, che però non avevano niente di pedagogico (come è invece pedagogica questa idea di letteratura tipica della modernità). Linguaggi narrativi potentissimi che entravano in concorrenza con la letteratura e in particolare con il romanzo perché immettono in circolo nella società un numero grandissimo di storie: le storie del cinema, della televisione, dei mass media in generale, adesso anche di internet.
Su questa pressione gli scrittori del Novecento hanno reagito prima elaborando un complesso di superiorità; poi, con il passare degli anni, si sono sentiti sempre meno saldi sulle loro posizioni. Diciamo che il campo letterario italiano e occidentale in genere, è passato dunque da un senso di superiorità ad un senso di inferiorità. Cioè, dall’impressione di avere un primato culturale ed estetico sui linguaggi artistici ed estetici concorrenti, alla impressione che abbiamo oggi per la quale sono i linguaggi audio-visuali ad essere egemoni, ed è il campo letterario a sentirsi sempre meno “sicuro” di sé socialmente.
Questo non vuol dire che la letteratura stia morendo, semmai quello che è in forte difficoltà è un certo tipo di letteratura ed un certo tipo di scrittore, che definirei “stile novecento”, riciclando una categoria del disegno d’interni e dell’arredamento. La letteratura sta dunque cambiando sotto i nostri occhi ed è particolarmente interessante parlarne all’interno dell’Università perché è proprio questo il luogo in cui si tende a negare questa evidenza.
Non avremo modo di soffermarci su tutti i risvolti formali di questo cambiamento, ma vorrei dividere in due parti il tempo che ho a disposizione: da un lato provare a condurre una descrizione sommaria delle caratteristiche antropologiche e culturali del campo letterario italiano, e poi verificare gli esiti formali e il perimetro stilistico di questa mutazione soffermandomi su un aspetto decisivo: quello del tempo del racconto, collegandolo magari poi con altri aspetti stilistici. Continue reading

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