Autofinzioni occidentali

[Con l’intervento di Emanuele Zinato, tenutosi il 28 aprile 2014, si conclude la pubblicazione delle trascrizioni del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, svolto a Padova tra marzo e maggio 2014. Il gruppo Ricomporre l’infranto chiude così la pubblicazione degli atti del primo ciclo, ma continua a portare avanti il progetto di quest’anno. Per la pausa natalizia augura ai lettori buone vacanze.]

di Emanuele Zinato

Il mio intervento si compone di cinque parti.
La prima sarà una premessa metodologica che porrà delle basi rilevanti per quello che verrà detto dopo. Nella seconda parte si prenderanno in considerazione ragioni, problemi e motivi dell’estensione dell’autofinzione in Occidente e in Italia. In una terza parte si parlerà della non-finzione saggistica, quindi della saggistica nel romanzo, in tre casi novecenteschi e poi in tre casi contemporanei (Siti, Affinati e Di Ruscio) che daranno luogo alla quarta parte. Nella quinta verranno tirate le somme.
Innanzitutto voglio fare un ringraziamento a chi ha organizzato questo ciclo di seminari: rappresentano una coraggiosissima iniziativa, molto preziosa sia per la scelta dei temi (la contemporaneità, il confronto con voci vive della critica italiana) sia per il metodo adottato (la discussione, la creazione di un blog e di gruppi di studio), e costituiscono una sorta di sfida nei confronti della didattica della letteratura in questo dipartimento. Sono anche, secondo me, una linea di resistenza attiva nei confronti della perdita d’intensità e senso delle nostre discipline e delle nostre vite: ecco perché questo omaggio non è assolutamente convenzionale, ma dovuto. Credo che una delle ragioni di vitalità di quest’anno accademico sia stata proprio questa iniziativa nata “dal basso”.
Vorrei dire qualcosa anche sul vostro titolo, che appunto riguarda l’Infranto. È un titolo che ho apprezzato molto perché, per come io lo leggo, contiene l’idea di riconfigurare o di rilanciare le nostre discipline, e quindi di considerare che nella post- o nell’iper-modernità (questi due termini sono stati utilizzati variamente dai relatori che mi hanno preceduto), né l’esperienza, né la memoria, né la forma letteraria, né il trauma siano usciti dalla scena, ma restino presenti. E dunque, se sono presenti, il vostro titolo allude a un bisogno di interpretare, di ricomporre, di ri-configurare i testi, ma anche di fare uscire la critica da una situazione di inerzia.
Tuttavia, secondo un’idea dominante che è circolata variamente e con disinvoltura in alcune relazioni che mi hanno preceduto, gli scrittori di oggi avrebbero inevitabilmente perduto ogni rapporto con la letteratura “di una volta” e nel campo letterario non si darebbe più distinzione o possibilità di distinzione e la funzione della critica si sarebbe dissolta perché «questa dissoluzione è il polline che si respira nell’aria» (e qui sto parafrasando l’intervento del professor Simonetti). Io parto da alcuni presupposti diversi che voglio esplicitare subito, prendendomi la responsabilità di questa presa di distanza. Sono presupposti diversi e tutti costruiti nella formula sintattica «è vero…, tuttavia…».

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