Forme e stili del realismo. Ipotesi sul romanzo contemporaneo (12 giugno)

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Perché scegliere come tema di una tavola rotonda il realismo? E perché osservarlo dall’interno del romanzo contemporaneo? Innanzitutto perché il realismo è un termine sfuggente, ma sempre al centro del dibattito critico, in particolare per quanto riguarda la forma romanzo. Si può affermare che la discussione attorno al realismo, per come la conosciamo, sia indissolubilmente legata al romanzo dalla modernità in poi. Il realismo si presenta come il comune denominatore in grado di coinvolgere in un unico dibattito autori, critici e lettori. La questione implicita è quella del rapporto tra la letteratura e ciò che possiamo chiamare il mondo. Un rapporto di tensione e non semplicemente di conferma o contrasto rispetto all’esistente.

Sembra quasi impossibile accettare la sfida di voler capire dove va il romanzo e come si interpreta il realismo nel presente. La forma della tavola rotonda, dunque, è un modo per accettare questa sfida e si pone come l’occasione per mettere a confronto opinioni e ricerche diverse. Diviene una possibilità sia per stimolare il dibattito critico, sia per offrire l’occasione agli studenti di assistere a una discussione orale tra studiosi dai differenti profili intellettuali (nonché provenienti da aree geografiche ed accademiche diverse). Continue reading

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Dibattito 28 maggio

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L’assemblea, Fausto Giaccone (Roma, febbraio 1968)

A causa della scarsa disponibilità di aule, il dibattito del 27 maggio è stato spostato a domani 28 maggio, ore 16.30, in aula E (Palazzo Maldura). Ci scusiamo con tutti per il disagio.

Pubblichiamo qui il materiale per il dibattito del 28 maggio, che chiuderà la seconda parte del ciclo di seminari di quest’anno. Il dibattito finale è un’occasione per riprendere alcuni spunti emersi durante la seconda parte del ciclo di seminari, per questo motivo si è scelto di restringere il campo a un genere letterario specifico: il reportage narrativo di guerra, un genere ibrido in cui si mescolano il linguaggio giornalistico e quello letterario. La discussione attorno ai problemi di testi inevitabilmente compromessi con la rappresentazione di esperienze traumatiche può essere utile per una prima ricognizione della questione del realismo letterario, il tema principale che guiderà gli interventi della tavola rotonda del 12 giugno.

Lo svolgimento seguirà il consueto iter: ci divideremo in  gruppi e ogni gruppo inizierà internamente la discussione a partire dal materiale che trovate in fondo a questa pagina. Al termine della discussione , ogni gruppo nomina un portavoce, incaricato di esporre a tutti i partecipanti le idee e gli spunti critici suscitati dalla lettura dei testi.
Nel materiale è presente: 

  • Una introduzione in cui si ricapitolano le motivazioni che hanno portato alla scelta del tema proposto.
  • Un questionario che riteniamo possa essere utile per orientare la lettura dei testi.
  • Quattro estratti dai reportage selezionati.

Vorremo tentare, insieme a voi, di costruire un’esperienza collettiva di condivisione delle conoscenze. Per questo motivo invitiamo tutta la collettività studentesca a partecipare al dibattito, convinti – ancora una volta – dell’importanza dei momenti di riflessione e discussione collettiva. All’interno della dimensione universitaria i momenti di discussione studentesca sono ridotti al minimo, perciò riteniamo che i dibattiti autorganizzati possano interessare chiunque decida di attribuire valore allo studio della letteratura e – più in generale – alla presa di parola. Consigliamo caldamente la lettura del materiale scaricabile qui di seguito, ricordando a tutti l’importanza di partire da una base minima di conoscenze comuni.

Ricomporre l’infranto – Materiale dibattito 28 maggio

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Dibattito del 15 gennaio

Pubblichiamo qui il materiale per il dibattito del 15 gennaio, che chiuderà la prima sessione del ciclo di seminari di quest’anno.
Il dibattito è stato pensato come un momento di ricapitolazione e verifica collettiva degli esisti del percorso di questi mesi. Lo svolgimento: ci divideremo in alcuni gruppi; all’interno di ogni gruppo si dovrà discutere a partire dal materiale che qui forniamo; vorremo tentare un momento collettivo di sintesi alla fine delle tre ore, all’interno del quale ogni gruppo possa condividere le proprie considerazioni.
L’argomento del ciclo di quest’anno verte sui generi letterari; per condurre questa ricapitolazione e collegarci alla seconda tranche di seminari abbiamo pensato di concentrarci su un genere nel quale mutamenti e continuità risultano particolarmente evidenti e facili da rintracciare, ossia l’autobiografia. Nel materiale troverete dunque: 

  • L’introduzione al ciclo, per come lo avevamo pensato
  • Un questionario, ossia una serie di questioni aperte rispetto ai testi proposti, che dovrebbero servire ad orientarne la lettura
  • Cinque estratti da testi autobiografici, prevalentemente dagli incipit
  • Estratti di un contributo critico sull’autobiografia

Questo momento di ricapitolazione dovrebbe consentire di fare il punto per un verso sul percorso dei seminari, per altro sulla nostra concezione di didattica alternativa e autogestita, sul nostro tentativo di costruzione comunitaria di senso. Invitiamo quindi alla partecipazione in prima battuta coloro che abbiano seguito il percorso dei seminari, ma anche chiunque fosse interessato al progetto di Ricomporre l’infranto e alle sue forme di lavoro. Inoltre, invitiamo caldamente alla lettura del materiale, in modo da poter partire da una base comune di testi, conoscenze, problematicità.

Ricomporre l’infranto – Materiale dibattito 15 gennaio

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Autofinzioni occidentali

[Con l’intervento di Emanuele Zinato, tenutosi il 28 aprile 2014, si conclude la pubblicazione delle trascrizioni del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, svolto a Padova tra marzo e maggio 2014. Il gruppo Ricomporre l’infranto chiude così la pubblicazione degli atti del primo ciclo, ma continua a portare avanti il progetto di quest’anno. Per la pausa natalizia augura ai lettori buone vacanze.]

di Emanuele Zinato

Il mio intervento si compone di cinque parti.
La prima sarà una premessa metodologica che porrà delle basi rilevanti per quello che verrà detto dopo. Nella seconda parte si prenderanno in considerazione ragioni, problemi e motivi dell’estensione dell’autofinzione in Occidente e in Italia. In una terza parte si parlerà della non-finzione saggistica, quindi della saggistica nel romanzo, in tre casi novecenteschi e poi in tre casi contemporanei (Siti, Affinati e Di Ruscio) che daranno luogo alla quarta parte. Nella quinta verranno tirate le somme.
Innanzitutto voglio fare un ringraziamento a chi ha organizzato questo ciclo di seminari: rappresentano una coraggiosissima iniziativa, molto preziosa sia per la scelta dei temi (la contemporaneità, il confronto con voci vive della critica italiana) sia per il metodo adottato (la discussione, la creazione di un blog e di gruppi di studio), e costituiscono una sorta di sfida nei confronti della didattica della letteratura in questo dipartimento. Sono anche, secondo me, una linea di resistenza attiva nei confronti della perdita d’intensità e senso delle nostre discipline e delle nostre vite: ecco perché questo omaggio non è assolutamente convenzionale, ma dovuto. Credo che una delle ragioni di vitalità di quest’anno accademico sia stata proprio questa iniziativa nata “dal basso”.
Vorrei dire qualcosa anche sul vostro titolo, che appunto riguarda l’Infranto. È un titolo che ho apprezzato molto perché, per come io lo leggo, contiene l’idea di riconfigurare o di rilanciare le nostre discipline, e quindi di considerare che nella post- o nell’iper-modernità (questi due termini sono stati utilizzati variamente dai relatori che mi hanno preceduto), né l’esperienza, né la memoria, né la forma letteraria, né il trauma siano usciti dalla scena, ma restino presenti. E dunque, se sono presenti, il vostro titolo allude a un bisogno di interpretare, di ricomporre, di ri-configurare i testi, ma anche di fare uscire la critica da una situazione di inerzia.
Tuttavia, secondo un’idea dominante che è circolata variamente e con disinvoltura in alcune relazioni che mi hanno preceduto, gli scrittori di oggi avrebbero inevitabilmente perduto ogni rapporto con la letteratura “di una volta” e nel campo letterario non si darebbe più distinzione o possibilità di distinzione e la funzione della critica si sarebbe dissolta perché «questa dissoluzione è il polline che si respira nell’aria» (e qui sto parafrasando l’intervento del professor Simonetti). Io parto da alcuni presupposti diversi che voglio esplicitare subito, prendendomi la responsabilità di questa presa di distanza. Sono presupposti diversi e tutti costruiti nella formula sintattica «è vero…, tuttavia…».

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Il vero e il reale. Testimonianza e documento nella narrativa italiana di oggi

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Proseguiamo con l’intervento di Raffaele Donnarumma, del 17 aprile 2014.]

di Raffaele Donnarumma

L’analisi che segue è un tentativo di storicizzare ciò che sta accadendo nella narrativa contemporanea a partire dalla metà degli anni Novanta, attraverso due testi rappresentativi di un nuovo corso della prosa narrativa: Esecuzione a distanza 1Gomorra 2.
La peculiarità dei brani scelti è innanzitutto l’essere difficilmente ascrivibili al genere del romanzo3, e la possibilità, per tutti e due i casi, di poter ricorrere alla definizione di testi di non-fiction, poiché trattano entrambi, seppur in modi diversi, di cose realmente accadute. In effetti, questo potrebbe essere sufficiente a collocarli fuori dall’ombra del romanzo propriamente inteso, poiché anche ammesso che quest’ultimo sia senza dubbio uno dei generi più poliedrici e più inafferrabili, esiste almeno un elemento che concorre ad identificarlo sempre e comunque come genere: l’elemento della fictio è direttamente proporzionale alla volontà di credibilità e di verosimiglianza che il testo vuole suscitare. Vi è però un’eccezione nel non-fiction novel, un genere che nasce negli anni Sessanta4.
Il testo di Langewiesche è, da un certo punto di vista, un reportage classicamente inteso, poiché l’autore non è solo un giornalista, ma ha anche partecipato in prima persona all’esercitazione militare per la guerra di cui narra, e dunque non vi è nulla di inventato nelle sue parole5.
Questo dettaglio, a ben vedere, mette in luce un’interessante anche se non inusuale intersezione fra la scrittura giornalistica e quella letteraria. È facile trovare numerosi altri esempi analoghi (si tratta, a ben vedere, di un elemento spesso statuario della storia del romanzo, e basterà pensare, fra tutti, al caso di Defoe, il quale era notoriamente un gazzettiere). L’elemento di novità in questo recente tipo di scrittura è piuttosto l’essere immediatamente giornalistica: questo significa che non si tratta del tradizionale caso in cui la scrittura letteraria si alimenta di uno o più casi di cronaca, travestendoli6.
Nei due libri in questione, infatti, è determinante ricordare che le cose di cui si parla sono vere e che, ad esempio, anche i nomi dei personaggi appartengono a persone realmente esistite. Viceversa, per uno scrittore dell’Ottocento (per quanto potesse saccheggiare i giornali del suo tempo), questo riferimento veniva occultato: non è pertinente alla lettura di Delitto e castigo o di Madame Bovary, ricordarsi che la trama è plasmata su casi di cronaca reale, perché per uno scrittore dell’Ottocento la cronaca giornalistica rimaneva “nascosta”.
Un ulteriore elemento da tenere presente è poi l’enorme spazio che le scritture di non-fiction hanno acquisito nella letteratura contemporanea rispetto ai decenni precedenti (i cosiddetti postmoderni). Non si tratta neanche del caso dello scrittore che ogni tanto, con la mano sinistra, pratica la scrittura giornalistica. Pasolini o Moravia hanno infatti scritto dei reportage giornalistici tradizionalmente intesi. Viceversa, con questi testi si fa invece riferimento a scrittori che nascono come giornalisti e arrivano successivamente alla letteratura, senza rinnegare il loro apprendistato, promuovendosi a scrittori a tutti gli effetti. A questo proposito è particolarmente emblematico il caso di Saviano poiché egli, rivendicando fermamente il suo statuto di scrittore su quello di giornalista, mette in luce il mutamento attuatosi nello spazio che le scritture di non-fiction hanno acquisito nella letteratura contemporanea, a ben vedere molto più vasto di quanto non fosse in passato.
Un’ultima osservazione riguarda infine la capacità attrattiva e l’influsso che le scritture di realtà hanno esercitato nella narrativa contemporanea, poiché è innegabile che all’interno di quest’ultima l’esibizione della realtà e della storia vera rivestano uno spazio significativamente maggiore rispetto al passato (in particolare rispetto alla letteratura postmoderna). Basterà pensare a Libra7 di Don Delillo, nel quale si racconta il modo in cui uno storico – un sottotenente ingaggiato dalla CIA–, deve raccogliere i materiali sull’omicidio di Kennedy. Si potrebbe pensare di essere al cospetto di una scrittura che ha a che fare con la realtà, perché niente è più reale di un tale fatto di cronaca. Al contrario, leggendo il romanzo, appare evidente come la realtà venga fortemente derealizzata, tanto che alla fine il protagonista stesso smarrisce il senso delle cose accadute, perdendosi nella congerie di discorsi, di immagini, di rappresentazioni che sono nate attorno caso Kennedy. Ciò che il romanzo di De Lillo racconta, è dunque, in definitiva, l’irraggiungibilità della realtà: non si fa infatti riferimento ad elementi precisi, ma ad una pluralità di discorsi che cancellano, frastornano e allontanano l’impressione che le cose siano realmente accadute.
Nei brani in analisi vi è invece l’effetto opposto, poiché emerge con particolare evidenza l’angoscia che qualunque forma di comunicazione pubblica rischi di essere percepita come falsa, come conseguenza del dominio di una comunicazione mediatica, sempre sospetta di falsificare le notizie. Tuttavia, di fronte a tale vertigine di spossessamento e al sospetto che tutti i discorsi prodotti possano essere recepiti come una menzogna, come una falsità, o come un’invenzione, in Saviano e Langhewiesche vi è una misura di reazione, poiché entrambi cercano di strappare la credibilità, opponendosi all’impressione dello spossessamento. In maniera più epigrammatica, dunque, la letteratura postmoderna produce derealizzazione, ci gioca esplicitamente, abbattendo l’idolo della verità e della realtà e mettendo in scena il gioco dei linguaggi e dei discorsi che, però, si emancipano da un piano di verifica con le cose realmente accadute; viceversa questo tipo di letteratura, definibile ipermoderna, cerca di strappare all’angoscia di derealizzazione le cose di cui parla e di additare le cose che esistono indipendentemente dal linguaggio utilizzato e dalle notizie stesse, costituendosi in una radicale inversione di paradigma. Continue reading

  1. Esecuzione a distanza, William Langewiesche, Milano, Adelphi, 2011.
  2. Gomorra, Roberto Saviano, Milano, Mondadori, 2006.
  3. Contrariamente alle attuali classificazioni, non è propriamente un romanzo neppure Gomorra di Saviano, ma su questo problema si tornerà in seguito, poiché l’ascrizione di Gomorra a un genere letterario è un’operazione che va dimostrata e spiegata.
  4. È possibile trovarne un facile esempio in A sangue freddo di Truman Capote, ma si tratta appunto di un’eccezione che, come si vedrà, non ha a che fare con i testi in analisi.
  5. Cosa interessante è che questo libro, in Italia, è pubblicato da Adelphi, una casa editrice che ha la fama di essere piuttosto snob. È l’editore che negli anni Ottanta e Novanta si segnalava perché pubblicava Nietzsche, Heidegger, e che è diventato poi l’editore di Manganelli e ha acquisito poi i diritti di Gadda. È quindi significativo che un editore così chic decida di pubblicare i libri di un giornalista.
  6. Molti dei romanzi di Balzac, di Stendhal, di Flaubert e di Dostoevskij si alimentano infatti di cronaca giornalistica, ma allo stesso tempo la nascondono. Nel momento in cui si legge dei casi di Raskol’nikov o di Emma Bovary non è pertinente che vengano confrontati con i casi di cronaca reale a cui sono ispirati.
  7. Libra, Don Delillo, Torino, Einaudi, 2002.
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Declino e fine della letteratura “di una volta”. Alcune tendenze del romanzo italiano contemporaneo

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascirzioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Pubblichiamo oggi il quarto intervento, di Gianluigi Simonetti, tenutosi a Padova il 9 aprile di quest’anno 2014]

di Gianluigi Simonetti

1. Innanzitutto due parole sul titolo scelto per questo incontro, cioè Declino e fine della letteratura “di una volta”. Vorrei chiarire che cosa intendo per letteratura “di una volta”, dato che pensavo di incentrare il mio discorso sulla narrativa – come mi era stato chiesto –, però magari provando anche qualche sortita sulla poesia. Questo perché, in effetti, la situazione è simile, o meglio: nelle differenze ci sono anche delle analogie. Quindi alcuni dei fenomeni della narrativa di cui vi voglio parlare hanno un corrispettivo anche in poesia, perché in realtà riguardano più in generale il campo letterario italiano degli ultimi decenni e, più da vicino, quello degli ultimi quindici o vent’anni.
La definizione «letteratura “di una volta”» è anche un po’ ironica, perché allude a un rimpianto molto diffuso, soprattutto nelle università o nei licei, per quella società letteraria all’ingrosso moderna e in particolare post romantica e otto-novecentesca che conferisce all’arte un ruolo di rilievo assoluto nell’educazione sentimentale dei cittadini, alla letteratura un posto chiave all’interno del sistema delle arti, e che quindi promuove e si basa su un’idea forte e nobile della letteratura: un’idea di origine rinascimentale e poi soprattutto hegeliana e schilleriana, per cui la letteratura è il linguaggio artistico per eccellenza e nel linguaggio letterario si sedimentano i valori per vivere bene in società.
Accanto a questa idea nobile e forte di letteratura, naturalmente c’è sempre stato uno spazio grande per la letteratura di consumo. Ma in realtà le due cose non si contraddicevano, e anzi si legittimavano a vicenda poiché i due campi erano separati e si riferivano a due tipi di lettore molto diverso:

  1. la grande letteratura forma le coscienze, interpreta il mondo e insegna a vivere e attraverso una forma, uno stile e una determinata lingua, e nondimeno attraverso la dialettica di tradizione e avanguardie ;
  2. la letteratura di consumo è intrattenimento.

La prima distinzione ad essere venuta meno negli ultimi decenni è proprio questa rigida ripartizione e naturalmente le conseguenze sono state molto importanti, soprattutto perché è la cultura umanistica a uscirne contaminata. L’impatto più forte è stato quello con la comunicazione di massa, soprattutto perché dagli anni Cinquanta e Sessanta quest’idea forte e nobile della letteratura si è dovuta confrontare con i linguaggi della comunicazione di massa e con le conseguenze artistiche di questa novità culturale. In particolare la letteratura ha dovuto fare i conti con il cinema prima, con la televisione poi, con linguaggi estetici, a volte artistici, che però non avevano niente di pedagogico (come è invece pedagogica questa idea di letteratura tipica della modernità). Linguaggi narrativi potentissimi che entravano in concorrenza con la letteratura e in particolare con il romanzo perché immettono in circolo nella società un numero grandissimo di storie: le storie del cinema, della televisione, dei mass media in generale, adesso anche di internet.
Su questa pressione gli scrittori del Novecento hanno reagito prima elaborando un complesso di superiorità; poi, con il passare degli anni, si sono sentiti sempre meno saldi sulle loro posizioni. Diciamo che il campo letterario italiano e occidentale in genere, è passato dunque da un senso di superiorità ad un senso di inferiorità. Cioè, dall’impressione di avere un primato culturale ed estetico sui linguaggi artistici ed estetici concorrenti, alla impressione che abbiamo oggi per la quale sono i linguaggi audio-visuali ad essere egemoni, ed è il campo letterario a sentirsi sempre meno “sicuro” di sé socialmente.
Questo non vuol dire che la letteratura stia morendo, semmai quello che è in forte difficoltà è un certo tipo di letteratura ed un certo tipo di scrittore, che definirei “stile novecento”, riciclando una categoria del disegno d’interni e dell’arredamento. La letteratura sta dunque cambiando sotto i nostri occhi ed è particolarmente interessante parlarne all’interno dell’Università perché è proprio questo il luogo in cui si tende a negare questa evidenza.
Non avremo modo di soffermarci su tutti i risvolti formali di questo cambiamento, ma vorrei dividere in due parti il tempo che ho a disposizione: da un lato provare a condurre una descrizione sommaria delle caratteristiche antropologiche e culturali del campo letterario italiano, e poi verificare gli esiti formali e il perimetro stilistico di questa mutazione soffermandomi su un aspetto decisivo: quello del tempo del racconto, collegandolo magari poi con altri aspetti stilistici. Continue reading

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Nel corpo del testo: Valerio Magrelli tra poesia e prosa

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Continuiamo la pubblicazione con l’intervento di Andrea Cortellesa, “Nel corpo del testo: Valerio Magrelli tra poesia e prosa” del 27 marzo 2014.]

di Andrea Cortellessa

Ringrazio molto i giovani amici dell’Università di Padova che mi hanno invitato. Il titolo di questo ciclo è particolarmente adatto al tema che tratteremo: Ricomporre l’infranto è un titolo gnostico. S’intitolava così un saggio molto bello e molto denso di Harold Bloom dei primi anni Ottanta, in cui l’arte in generale, e la letteratura in particolare, avevano il compito di restaurare un’identità occidentale messa in crisi dal multiculturalismo, dalle correnti di pensiero alternative e minoritarie che Bloom per tutta la vita ha combattuto dalla sua trincea dell’Università di Yale. Ma al di là di questa valenza ideologica, che ci può lasciare francamente perplessi, l’immagine del Ricomporre l’infranto ha in Bloom un valore metastorico, appunto nel suo riferimento alla mitologia gnostica. Ha cioè a che fare, in generale, con un’unità interrotta, un corpo che si è frazionato.
Ora, il presupposto che immagino vi abbia guidato nello scegliere questo titolo è che questo corpo a pezzi sia quello della nostra letteratura più recente; un corpo che resta tuttora infranto, in effetti, malgrado gli sforzi di una serie di più o meno giovani critici e storici della letteratura che nell’ultimo decennio hanno tentato di mappare – come appunto si dice nel sottotitolo di questo ciclo – la letteratura contemporanea. Per definizione, però, storicizzare il contemporaneo equivale al paradosso di Zenone: per fortuna nuovi scrittori, come quello di cui parleremo oggi, continuano ad apparire; e nuove opere continuano a venire scritte, pubblicate e lette. Ogni nuova opera che fa la sua comparsa sulla scena, in effetti, contribuisce a infrangere questo insieme e, allo stesso tempo, a ricomporlo. Per riprendere i temi di Bloom, il Canone non è un’entità data una volta per tutte; è, al contrario, frutto di una continua ridefinizione, di un’interminabile rinegoziazione fra soggettività diverse, fra le generazioni che si susseguono, fra le tante identità con le quali conviviamo, e delle quali ci componiamo. Infrazione e ricomposizione sono due moti simmetrici, dialettici. In fondo tutta la modernità, dal romanticismo in poi, si può intendere come un continuo, periodico moto pendolare tra scomposizione e ricomposizione dei frammenti dell’insieme; fra i poli che Apollinaire definiva dell’ordine e dell’avventura.
Il titolo del mio intervento di oggi, Nel corpo del testo, fa riferimento al tema – se di tema, poi, si può propriamente parlare – del corpo nella letteratura italiana contemporanea. Mi è parso che l’autore che meglio poteva incarnare i paradossi di questa presenza del corpo fosse Valerio Magrelli, e cercheremo di vedere perché.
Punto di partenza di questo percorso è la frase di un filosofo (di filosofia, per quanto sia un dilettante della materia, oggi un po’ dovrò parlare). Si trova in un gran libro degli anni Ottanta, in apparenza distante dal nostro tema in quanto nominalmente dedicato al cinema: L’immagine-tempo di Gilles Deleuze. Il quale, a mio modo di vedere, è il più grande pensatore materialista del XX secolo. Nell’Immagine-tempo a un certo punto il filosofo proclama, o forse invoca: «Datemi dunque un corpo». Non più il cogito di cartesiana memoria, insomma, attesta l’esistenza del soggetto, bensì l’insieme delle relazioni che quella mens intrattiene con la realtà materiale, gli oggetti che la coscienza percepisce. Questo di Deleuze lo possiamo insomma considerare l’anti-cogito di un anti-Cartesio. Cito ancora da L’immagine-tempo: «Il corpo non è più l’ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare; al contrario è ciò in cui affonda o deve affondare per raggiungere l’impensato, cioè la vita». Nella generazione di Deleuze, quella dei nati tra gli anni Venti e gli anni Trenta, la contestazione del paradigma dualistico cartesiano – il dualismo, cioè, tra una res extensa corporea sorda e opaca e una res cogitans invece in grado di contemplare e organizzare il mondo – porta all’ipotesi (e in molti casi, come appunto nella scrittura filosofica di Deleuze, alla performance) di un pensiero-corpo: un pensiero fatto di corporeità e, dunque, una lingua-corpo. A questo punto il corpo non può più essere, per noi, semplicemente uno strumento, che impugniamo in maniera più o meno abile; non è qualcosa che si ha ma qualcosa che si è. Non “possediamo” un corpo, “siamo” quel corpo: con tutte le ambivalente conseguenze positive del caso, in termini metafisici. Vivere in una condizione meramente materialistica presuppone che una continuità, dopo la nostra morte, debba essere affidata non tanto al nostro patrimonio genetico, quanto a qualcosa che viene trasmesso materializzandosi nelle nostre opere: per esempio, appunto, in ciò che scriviamo.
Negli anni Sessanta – il decennio in cui Deleuze scrive i suoi primi capolavori, come ad esempio Proust e i segni, che è già un manifesto di questo pensiero del corpo – la letteratura italiana è percorsa in profondità da questa centralità del corpo. Fausto Curi, un critico che è stato molto legato al movimento della Neoavanguardia, ha parlato di una «funzione-Sade» – a proposito in particolare di Edoardo Sanguineti – in un libro che si chiama Struttura del risveglio (recentemente ripubblicato da Mimesis). Quel Sade che (in realtà più negli anni Settanta che negli anni Sessanta) è stato spesso invocato dai filosofi – penso a Barthes, ma anche a Foucault e altri – come l’iniziatore, nel Settecento, appunto di un materialismo assoluto, dell’assoluta corporalità del pensiero: ancora una volta con tutte le conseguenze ambivalenti che, parlando in particolare di un tipo come Sade, da ciò derivano. Forse sarebbe meglio parlare allora, piuttosto che di una «funzione-Sade» di un “modello Artaud”. Artaud: il grande eretico del surrealismo che nella sua esistenza spericolata sperimenta un po’ tutto, anche troppo, e finisce recluso in un ospedale psichiatrico vittima dell’elettrochoc, «suicidato della società», come lui stesso diceva di Van Gogh in un suo celebre saggio. Artaud – peraltro a sua volta cultore di Sade – predicava qualcosa di simile a quello che Curi intendeva con la sua «funzione-Sade». Nel suo celebre saggio-manifesto degli anni Trenta, Il teatro e il suo doppio, commentato da Derrida e altri filosofi dopo di lui, troviamo il seguente proclama (in cui basterà, per il nostro discorso, sostituire alla parola «teatro» quella «poesia» o «letteratura»):
Non ci pare che la vita, quale è e quale ci è stata preparata, offra molti motivi di esaltazione. Si direbbe che attraverso la peste scoppi un gigantesco ascesso collettivo, morale quanto sociale. Non diversamente dalla peste il teatro esiste per far scoppiare gli ascessi collettivi. Può darsi che il veleno del teatro iniettato nel corpo sociale lo disintegri, come dice Sant’Agostino, ma lo fa come una peste, come un flagello vendicatore, come un’epidemia salvatrice. Il teatro, come la peste, è una crisi che si risolve con la morte o con la guarigione. Dal punto di vista umano l’azione del teatro come quella della peste è benefica, perché spingendo gli uomini a vedersi quali sono fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia. Scuote l’asfissiante inerzia della materia, che deforma persino i dati più chiari dei sensi, e rivelando alle collettività la loro oscura potenza, la loro forza nascosta, le invita ad assumere di fronte al destino un atteggiamento eroico e superiore che altrimenti non avrebbero mai assunto.
Qui risuona – oltre alla polemica di Artaud nei confronti dei surrealisti e del loro spigoloso pontefice Breton – la quintessenza dello spirito avanguardista della prima metà del Novecento. Soprattutto in quelle ultime parole, l’atteggiamento eroico e superiore che l’umanità, felicemente contagiata dalla peste del teatro, può, o forse deve, assumere. Nel pensiero del secondo Novecento, e nella poesia dello stesso periodo, questo paradigma della «peste» tuttavia non può più avere i caratteri eroici e superomistici che troviamo in Artaud e che sono un tipico portato delle avanguardie storiche. Anche la Neoavanguardia anni Sessanta legge questi testi – ad Artaud è dedicato nel ’64 un numero della rivista il verri, allora organo militante del movimento – e li riattualizza nella propria riflessione. Ma, appunto, senza più ombra di superomismo: quando Sanguineti per esempio parla di Antonio Porta, utilizzando appunto le categorie sadiane, ne parla nei termini tragici di una estrema derelizione del corpo. Un corpo che resta comunque, ancora, al centro del sistema. Continue reading

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Forme del soggetto nella poesia contemporanea

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Continuiamo la pubblicazione con l’intervento di Paolo Zublena, “Forme del soggetto nella poesia contemporanea” del 13 marzo 2014.]

di Paolo Zublena

Avevo proposto come titolo, in realtà abbastanza generico, Forme del soggetto nella poesia contemporanea. Un titolo che può voler dire tante cose: pertanto sarà necessario precisare. Innanzitutto devo per forza dire qualcosa sul significato della parola soggetto e sulla storia del termine, inteso soprattutto nella sua accezione1 filosofica. Si tratta, infatti, di una parola che ha subito un cambiamento semantico notevole nell’ambito della storia dei concetti filosofici. Il suo significato antico deriva dal termine greco upokeimenon (letteralmente: “ciò che sta sotto”), da cui proviene a sua volta il termine latino subiectum; vuol dire sostanzialmente “sostrato”, ossia la sostanza, in contrapposizione con gli accidenti, che a volte corrisponde a “ipostasi” (l’idea di sostrato, di qualcosa che sta sotto). Nella filosofia moderna, e particolarmente da Cartesio in poi, la parola soggetto assume un significato che potremmo quasi dire opposto rispetto a quello che aveva nell’antichità. A partire ovviamente dal «cogito ergo sum» cartesiano, il soggetto diventa sostanzialmente un soggetto individuale, res cogitans opposta alla res extensa. René Descartes è il punto decisivo di questa svolta del soggetto inteso come autocoscienza, come io, come soggetto individuale. In realtà Cartesio non usa ancora il termine soggetto in questa accezione , ma di lì a poco saranno Hobbes e Leibniz che inizieranno a usare la parola soggetto nel significato cartesiano di ‘soggetto individuale’ (in particolare nell’accezione di soggetto della conoscenza). Questo significato si afferma in maniera definitiva con Kant, con «l’io penso» kantiano, in particolare nell’accezione del soggetto come autocoscienza che troviamo nella Critica della ragion pura. Di qui passa all’idealismo dove si distingue tra soggetto trascendentale e soggetto empirico, a seconda del fatto che il soggetto venga concepito – oltre che come individuale – anche come forma universale e assoluta, oppure come una realizzazione individuale e relativa (sempre per quanto riguarda l’aspetto gnoseologico, la sostanza pensante). Attraverso Fichte e Schelling, si arriva fino alla formulazione celebre della Fenomenologia dello spirito di Hegel del soggetto come autocoscienza. Non è per niente facile poi percorrere la storia del soggetto da qui fino a tutto il percorso novecentesco di questo concetto. Già Nietzsche, in particolare nella Genealogia della morale, porta a un’innovazione che però probabilmente non è davvero sostanziale. L’innovazione di Nietzsche consiste nel definire il soggetto come volontà di potenza (dico questo per semplificare al massimo) e, secondo l’interpretazione che Heidegger darà di Nietzsche, questa definizione del soggetto come forma di dominio era in realtà insita nelle origini cartesiane. Ovviamente non tutte le interpretazioni di Nietzsche vanno in questa direzione: tuttavia l’interpretazione di Heidegger è abbastanza plausibile. Nell’ambito della filosofia ottocentesca già Marx rovescia la definizione idealistica del soggetto, in quanto lo definisce come pratica: il soggetto non è qualcosa che produce la conoscenza, ma è prodotto di qualcosa (in particolare delle condizioni esterne, delle condizioni socio-economiche che lo definiscono in quanto tale). Da questo momento in poi ci saranno, incrociandosi soprattutto con il pensiero di Freud, una serie di interpretazioni del soggetto come costruzione nella filosofia novecentesca. Continue reading

  1. Descartes usa subiectum ancora nel senso antico. In parole povere: costruisce il concetto, ma non usa quella precisa parola.
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Verifica delle parole: presentazione del progetto

Ricomporre l’infranto è un progetto studentesco che nasce dalla volontà di attribuire un senso forte allo studio letterario. La decisione di organizzare un ciclo di seminari e il lavoro sommerso di ricerca collettiva che si svolge alle spalle del ciclo si spiegano infatti solo con la certezza, condivisa da tutti i membri del gruppo, che studiare e interrogarsi sulla letteratura abbia un valore per la vita nostra e degli altri. Se questa convinzione vale per noi, e per una parte del ristretto comparto degli addetti ai lavori, è però vero che le discipline letterarie e la stessa letteratura sono oggetto di incomprensione e deprezzamento per una cospicua fetta di realtà sociale. L’ambito della letteratura appare quindi come un territorio abitato da due diverse specie di luoghi comuni: da una parte le qualità che gli vengono assegnate, spesso inconsapevolmente, da quanti scelgono di dedicargli le proprie energie (ad esempio, la portata conoscitiva della lettura rispetto alla realtà, o di riflesso il mutamento prodotto dal testo sulla vita cognitiva ed emotiva di chi legge); dall’altra parte, i pregiudizi negativi di diversi strati della società, che vedono nella letteratura un lusso inutile o perlomeno un’attività eccentrica e improduttiva. Il progetto parallelo di una Verifica delle parole nasce da una presa di coscienza rispetto a un simile addensamento di posizioni aprioristiche e dalla volontà di sottoporre a verifica la semantica di alcuni sintagmi e concetti associati alla letteratura tanto in sua difesa quanto per attaccarla. Il punto di partenza, da leggersi come un tentativo di autocoscienza, si è concretizzato in una prima sezione dal titolo La letteratura e noi: cerchiamo qui di fare un passo indietro rispetto alle nostre assunzioni positive sull’esperienza letteraria; di passarle al vaglio della ragione critica per capire se esse vadano conservate, abbandonate, rideterminate. Questo primo esercizio di chiarezza vuole sottrarre all’inerzia alcuni postulati sottesi al nostro studio: significa che alcuni di essi potrebbero cadere e rivelarsi inesistenti; altri, qualora sussistessero davvero, verrebbero in un certo senso riattivati, ritornando operativi perché resi coscienti, limitati e scoperti dalla ragione. L’indagine attorno a questi assiomi si configura così come il primo passo di un percorso la cui fase iniziale è segnata dalla messa a verifica dell’effettiva validità di alcuni valori e significati da noi attribuiti alla letteratura.
Inizia da qui la seconda parte del lavoro che si vuole intraprendere, il quale fa capo alla coppia Letteratura e mondo e che vuole essere un tentativo di individuare alcuni possibili ruoli e funzioni della letteratura nel mondo, intesa come oggetto prodotto e fruito socialmente. Questo significa: da un lato criticare quei pregiudizi negativi di cui si diceva all’inizio attraverso il correttivo dei concetti esplicitati nella prima serie; dall’altro riflettere su alcune possibilità di inserimento della pratica letteraria all’interno dei rapporti sociali, dalla trasmissione attraverso l’insegnamento alla ricerca fino alla mediazione critica. Tentare di uscire dalla nostre presupposizioni, come da quelle di quanti misconoscono il nostro lavoro, ci sembra la strada più agevole per arrivare a cogliere il carattere di scelta della nostra esperienza attorno alla letteratura; solo attraverso la consapevolezza di questa parzialità possiamo forse giustificare a noi stessi le nostre tensioni e rilanciarle in uno spazio che ecceda i confini delle aule universitarie.

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Notizie dalla poesia contemporanea

[Nel corso delle prossime settimane Ricomporre l’infranto pubblicherà le trascrizioni e le relative registrazioni audio degli interventi del ciclo di seminari “Mappature del presente letterario italiano”, tenutosi a Padova tra marzo e maggio 2014. Si inizia con l’intervento di Andrea Afribo, “Notizie dalla poesia contemporanea” del 5 marzo 2014.]

Andrea Afribo 

L’argomento poesia contemporanea è molto ampio: il suo termine post è più o meno il Sessantotto, ovvero almeno quattro decenni di poesia, ovvero tutto ciò che resta fuori dal perimetro ormai stabilizzato da antologie classiche, tipo quella ristampatissima da Mondadori di Pier Vincenzo Mengaldo 1978, i cui estremi sono Raboni o Sanguineti ad esempio o Franco Loi, cioè poeti nati negli anni Trenta del Novecento, la cosiddetta quarta generazione.
Una sintesi è tanto più difficile quanto più questo periodo è dotato delle seguenti invarianti o quasi-invarianti storico-critiche tra loro correlate:
1) quella di essere l’inizio di una brutta storia non meritevole di essere studiata da chi ha studiato Montale e autori simili;
2) quella di essere l’inizio di una storia da più parti definita come epoca del gremito (tanti, troppi poeti; tante troppe case editrici);
3 – la peggio di tutte) quella di essere l’epoca del tutto e il contrario di tutto e così via. Io, facendo anni fa una piccola antologia, ho voluto reagire a questa empasse critica e un po’ ideologica, cercando di delineare una sorta di albero genealogico. Ma devo dire che comunque è un casino. Rimane un’epoca di coesistenza degli stili e di non-esistenza di uno o più stili così forti ed esclusivi da – uso belle parole di Hegel – da scaraventare al di fuori della cinta della storia gli altri stili.
La dico con altre parole: se è bastata – che so – una ventina d’anni per dire che il Novecento prima della Prima Guerra mondiale è l’epoca dei crepuscolari e dei vociani; direi che dopo più di vent’anni noi non possiamo dire con altrettanta sicurezza cosa sono stati in poesia gli anni Settanta o Ottanta. Possiamo senz’altro dire qualcosa ma non in modo così netto e preciso. Continue reading

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